Il principio di governo
§6 Correggere, non dirigere, il rinunciato «quarto dovere»
Il principio di governo è una rinuncia. Smith assegnò allo Stato tre doveri e mise in guardia contro un quarto, dirigere il capitale del popolo, come un’autorità sicura in nessuna mano. L’Assiocrazia prende l’avvertimento alla lettera: corregge ma non dirige. Fissa il prezzo che un fattore affronta e libera la quantità che esso sceglie, prezzi in entrata, quantità in uscita, così che una correzione rimodella gli incentivi senza mai sostituirsi ad essi. È il giardiniere, non il pittore.
La sua leva sovrana è quella di Polanyi: governare il ritmo, non la direzione, del cambiamento. La direzione, la capacità dell’IA, il progresso tecnologico, è in larga misura esogena e non spetta allo Stato porvi il veto; il ritmo con cui una società è chiamata ad assorbirlo è ciò che il governo può trattenere. Così l’Assiocrazia cadenza la transizione secondo la capacità di assorbimento della società, registrando il danno di breve termine come reale finché non sia mostrata la compensazione, lasciando invece liberi di correre l’interno del mercato e la zona non orientata.
§7 Il ciclo di governo
Il ciclo operativo è semplice da enunciare: sentire il vettore-Æ; rilevare dove un asse o una coorte ha lasciato la propria banda; correggere le condizioni, un onere, una soglia minima, un tetto, secondo regola generale; e rilasciare, tornando a una banda assestata anziché dirigere di continuo. Le correzioni sono raggruppate in lotti e poi lasciate assestare, perché la rilitigazione perpetua è essa stessa una fonte di instabilità.
La parte difficile è fisica, non intenzione. I ritardi tra una correzione e il suo effetto producono oscillazione; un intervento ad alta leva spinto nella direzione sbagliata fa più danno che nessuno. Perciò il ciclo è smorzato, i suoi interventi anticiclici, e la sua stessa frequenza sorvegliata: un quadro ben impostato tende a correzioni meno numerose e più piccole nel tempo; l’aumento dell’intervento è il segnale di un quadro mal impostato, non di diligenza.
§8 Chi fissa i pesi, e come si resiste alla cattura
I pesi sono fissati da un voto, la linea fondatrice dell’intera dottrina. Il valore individuale è soggettivo; ma un voto democratico costituisce il valore come oggettivo per il governo, un atto dichiarato e vincolante di autogoverno collettivo, né una scienza del Bene né il decreto di un dittatore. Il voto sceglie pesi di regola generale, circoscritti all’accertato e mantenuti sotto la Carta; esso è preferito a qualsiasi ottimizzatore unico non perché le folle siano sagge, ma perché un elettorato in errore è correggibile con l’argomento, laddove un governante in errore è correggibile solo con la rottura.
La cattura è la minaccia permanente, e le si resiste strutturalmente. Il correttore è impersonale, ogni correzione è imputata alla regola pubblicata, mai a un volto, e non costruisce partigiani; i suoi funzionari detengono un potere disgiunto dall’arricchimento privato (un registro non trasferibile). Un monitor anti-classe-dominante vigila affinché i proprietari del calcolo e del capitale non diventino il nuovo ceto di cui lo Stato è il comitato; le norme di valore stesse sono sottoposte ad audit per verificare se codifichino l’interesse di una coorte come il bene comune; e la beneficenza è sorvegliata come vettore di cattura, poiché la tirannia si cela sotto la parvenza di atti generosi.
§9 Umiltà epistemica
L’Assiocrazia tiene con leggerezza il proprio strumento. Il sensore legge effetti manifesti, mai la conoscenza generatrice che vi sta dietro; è uno strumento fallibile, mai un giudice del Bene, ed è costituzionalmente interdetto dallo sterilizzare il valore misurando solo il dimostrabile. Adotta la teleologia degli antichi, che il fiorire sia il fine, pur declinandone l’epistemologia: coltiva la capacità di dare valore e restituisce il verdetto al voto, anziché sottoporre ad audit le anime.
Ne derivano due salvaguardie. La zona non diretta è un organo di scoperta, esente per costruzione dal punteggio ex-ante, perché una libertà concessa solo là dove i suoi effetti sono già noti come buoni non è affatto libertà; e dirigere è lecito solo finché sopravvive una zona non diretta, ampia ed eterogenea, capace di falsificare i pesi votati. E la monocoltura del valore è autonegante: spingi un qualsiasi asse singolo all’eccesso e, come un corpo cresciuto senza proporzione, il tutto cessa di funzionare; la salute è una concordia di differenze fra molti assi, cosicché una lettura sospettosamente uniforme è un avvertimento, non un trionfo.