La Società dell'Assiocrazia · Capitolo 4

L'apprendimento oltre l'occupabilità

Per due secoli la risposta onesta a "perché imparare questo?" è stata "perché qualcuno ti pagherà per saperlo". Quando quella risposta muore, l'istruzione deve o riscoprire il suo scopo più antico o scoprire di non averne mai avuto uno.

La domanda a cui rispondeva il salario

Un martedì sera, in un'aula che odora di gesso e di pioggia, un'ex responsabile della logistica di cinquantatré anni sta imparando a leggere il greco. Nessuno la pagherà mai per questo. Il suo sostentamento non ne dipende; il dividendo arriva che lei coniughi o no; nessun datore di lavoro l'attende alla fine del corso con uno stipendio e un titolo. Vent'anni fa la sua presenza in quell'aula avrebbe avuto bisogno di una scusa: una svolta di carriera, un attestato, un discorso sulle competenze trasferibili. Ora non le serve alcuna scusa. È lì perché Erodoto è lì, e perché ha deciso che una vita che non lo incontra mai è più piccola di una vita che lo incontra. La domanda a cui questo capitolo deve rispondere è se si possa costruire una società in cui la sua ragione non sia un'eccentricità ma la norma, e che cosa lo Stato possa e non possa farci.

L'assetto industriale diede all'istruzione un padrone che essa non aveva scelto. Le scuole insegnavano ciò che l'occupazione esigeva; le università smistavano i giovani nelle carriere; l'adulto che continuava a imparare lo faceva ai margini di una settimana lavorativa che gli consumava il meglio dell'attenzione. Non era una congiura. Era un'economia che parlava attraverso le proprie istituzioni: quando la sopravvivenza di una casa pende dai salari, e i salari pendono dalle competenze, l'apprendimento diventa acquisizione di competenze, e tutto ciò che in un programma non può esibire il proprio valore di mercato deve implorare di sopravvivere a ogni ciclo di bilancio. Le discipline umanistiche impararono a parlare di "competenze di pensiero critico". La musica imparò a parlare di punteggi in matematica. L'attività più antica della civiltà imparò a giustificarsi nel vocabolario della più recente.

La rottura descritta dal Libro I, il lavoro delle macchine che recide l'antico legame fra lavoro umano e produzione, spezza l'autorità di quel padrone, come il suo capitolo d'apertura ha argomentato nel registro economico. Quando le macchine fanno la maggior parte del produrre, l'istruzione-come-preparazione-al-lavoro perde il proprio oggetto. Una società che continui a gestire le proprie scuole come anticamere dell'impiego gestirà anticamere di una stanza che non esiste più. Qualcos'altro deve occupare il centro rimasto vuoto, e il pericolo che a occuparlo sia il nulla è reale: la scuola come custodia dei bambini, i titoli come rituale, l'apprendimento come un intrattenimento fra gli altri. La risposta dell'Assiocrazia è che l'istruzione non è mai stata davvero questione di impiego; l'impiego è stato un inquilino di due secoli in una casa molto più antica. Ciò a cui l'istruzione serve, ciò a cui serviva ad Atene e nelle accademie confuciane, e ciò a cui può tornare a servire, è la formazione: la coltivazione deliberata della capacità, del giudizio e dell'eredità umani.

Che cosa misura l'asse educativo, e che cosa rifiuta di misurare

L'Assiocrazia non lascia tutto questo alla retorica. L'istruzione è uno dei dieci assi di valore del vettore-Æ, e sta accanto all'asse economico, non sotto di esso. Una società che si arricchisce mentre le capacità della sua gente ristagnano, su questo strumento, sta visibilmente fallendo; una società la cui gente impara sta visibilmente riuscendo, qualunque cosa il mercato del lavoro pensi di ciò che essa impara. L'asse legge tre cose, e ciascuna merita di essere enunciata con precisione.

Legge la capacità: non gli attestati posseduti ma le cose che le persone sanno davvero fare, ragionare quantitativamente, scrivere con chiarezza, riparare, costruire, argomentare, giudicare. La distinzione conta perché l'asse educativo porta con sé un proprio anti-valore designato, e la prima voce è l'inflazione dei titoli: il moltiplicarsi di carte che certificano sempre meno, un aumento della misura nominale che maschera una caduta di quella reale. La seconda è la perdita di competenze, la silenziosa atrofia di capacità che una popolazione un tempo possedeva, cedute alla comodità o sottratte da macchine che hanno reso superflua l'abilità prima che qualcuno si chiedesse se essa fosse anche formativa. Un sensore che contasse i diplomi benedirebbe entrambe le patologie. L'asse è definito contro di esse.

Legge la formazione: se i giovani, e i non più giovani, vengano plasmati in persone capaci di giudicare, di scegliere e di governarsi. E legge la trasmissione: se ciò che una civiltà sa e ha fatto stia effettivamente passando fra le generazioni, oppure si assottigli nel passaggio.

Altrettanto importante è ciò che l'asse rifiuta di misurare. Non assegna punteggi alle anime. Non classifica le persone. Il sensore è aggregato e statistico: legge coorti, regioni e distribuzioni, come la capacità si distribuisce in una popolazione, dove si assottiglia, quali gruppi ne siano tagliati fuori, mai un registro della coltivazione di un singolo individuo. Non esiste un cittadino con un punteggio di istruzione, non esiste una voce di registro che dica che questa persona è ben formata e quest'altra no. La ragione è dottrinale, non semplicemente prudenziale. Il valore individuale è soggettivo; che cosa significhi formazione in una singola vita è un giudizio che lo Stato non ha titolo per dare né strumenti per dare onestamente. Ciò che può misurare onestamente sono effetti e condizioni: le alfabetizzazioni, l'accesso, la partecipazione, le capacità osservabili delle coorti. La cardinalità risiede in quegli effetti. Quanto la comunità politica tenga ad essi, rispetto a tutto il resto a cui tiene, risiede nel voto sui pesi, e in nessun punto intermedio qualcuno pretende di avere misurato il valore interiore di una mente.

Una soglia minima di tempo e di accesso

La parola di Aristotele per la condizione di una libera vita intellettuale era schole, l'ozio nel senso forte: non inerzia ma tempo non reclamato dalla necessità, in cui diventano possibili le attività che vale la pena compiere per se stesse. Egli lo razionava a un'élite schiavista, perché nel suo mondo qualcuno doveva pur produrre, e da quella scarsità trasse una conclusione con cui il mondo moderno non ha mai smesso di convivere: che la vita formata sia cosa per pochi. La rottura dissolve la premessa. Quando è l'automazione a produrre, l'ozio che un tempo esigeva una casta servile esige soltanto una decisione distributiva, e il Libro I ha descritto quella decisione: la rendita non guadagnata catturata in un bene comune, un dividendo universale e una soglia minima di capacità reale sotto ogni cittadino. A questo capitolo ne serve soltanto il volto educativo.

Quel volto è duplice. La soglia minima garantisce l'accesso: l'istruzione è una garanzia universale, cieca alla classe, mai subordinata alla prova dei mezzi, la regola di Confucio secondo cui "nell'insegnamento non vi devono essere distinzioni di classe" iscritta nel diritto costituzionale. E la soglia minima garantisce le condizioni materiali che danno un senso all'accesso: una persona la cui sussistenza è assicurata ha ciò che chi imparava nell'età industriale non ha mai avuto in modo affidabile, il tempo e la posizione per imparare lungo tutta una vita. La studentessa serale di greco non è un'anomalia che il sistema tollera; è il sistema che funziona. L'apprendimento cessa di essere concentrato in due decenni di giovinezza e diventa ciò che avrebbe sempre dovuto essere, una dimensione di una vita anziché una sua fase.

Confucio fornisce l'ordine oltre alla regola. Interrogato su che cosa si dovesse aggiungere a un popolo già numeroso e prospero, rispose: istruitelo. Prima la soglia minima materiale, poi quella educativa, con l'istruzione che completa il provvedere e mai lo sostituisce. Uno Stato che offre corsi ai precari sta recitando l'istruzione, non fornendola. E sotto la sua regola sta la premessa su cui poggia l'intera architettura: "per natura gli uomini sono quasi simili; per pratica diventano molto distanti". La divergenza umana nelle capacità è in misura schiacciante prodotta, da coltivazione ineguale, accesso ineguale, tempo ineguale, e non data. Una soglia minima che pareggia l'accesso alla formazione non è dunque un livellamento sentimentale; corregge un artefatto. Ciò che le persone diventano una volta corretto l'artefatto resta, come deve, radicalmente ineguale e interamente loro.

La tradizione ritrovata al di là del salario

Nulla di tutto ciò è invenzione. È recupero. La tradizione classica, in Oriente e in Occidente, intendeva l'istruzione come formazione molto prima che il salario se l'annettesse. Platone fece del plasmare l'anima l'affare centrale della città giusta. Aristotele sostenne che diventiamo giusti compiendo atti giusti, che la virtù è questione di imparare a trarre piacere dalle cose giuste, e che la capacità di giudicare si costruisce con la pratica: "è cosa assai difficile, se non impossibile, che un uomo sia buon giudice di ciò che egli stesso non sa fare". Confucio costruì un'etica e quasi una civiltà sulla premessa che le persone si compiono, non nascono compiute. Mill, il cardine moderno, sostenne che la società libera stessa dipende da cittadini coltivati e approvò l'istruzione obbligatoria come uno dei pochi paternalismi che la libertà consente.

L'Assiocrazia prende da questa tradizione la sua serietà e ne rifiuta la presunzione. La serietà: la formazione è reale, è il punto, e una comunità politica può legittimamente investirvi come i suoi antenati investivano nelle cattedrali. La presunzione: che l'educatore conosca il Bene e possa installarlo. Aristotele vorrebbe che il legislatore formasse l'anima del cittadino verso un fine fisso e conoscibile. La dottrina ne conserva il metodo e ne declina l'epistemologia: assuefare la facoltà, mai la conclusione. La capacità di discernere, di amare e di giudicare bene è neutrale quanto al contenuto di ciò che una persona finirà per apprezzare; uno Stato può coltivare quella capacità senza pretendere in alcun modo di sapere che cosa i suoi cittadini debbano farne. È questa la cucitura su cui l'intero capitolo si tiene in equilibrio: coltivare la capacità di dare valore è lecito ed è precisamente ciò che l'asse educativo esiste per proteggere; imporre il contenuto dei valori è vietato dalla Carta, punto e basta. Lo Stato non ti dice che cosa credere né chi diventare. Dispone le cose in modo che tu sia attrezzata per decidere.

C'è un'ulteriore ragione, oltre alla dignità di chi apprende, per cui la comunità politica non può restare indifferente qui: una ragione costituzionale. La legittimità dell'Assiocrazia passa per il voto: i cittadini pesano gli assi, designano gli anti-valori e per questa via costituiscono il valore come oggettivo-per-il-governo. Ma un voto costituisce legittimamente il valore solo se i votanti sono giudici competenti, e Aristotele ci ha detto da dove viene la competenza: dalla pratica, dall'avere fatto, costruito e usato. La soglia minima educativa non è dunque una comodità fra le tante. È la condizione di qualità dell'ingresso per l'intera catena della legittimità, la garanzia che le persone che fissano i pesi siano capaci di giudicare ciò che pesano. Una comunità politica che lasci decadere la formazione dei propri cittadini non è soltanto più povera; sta silenziosamente dissolvendo il terreno del proprio autogoverno.

Lo Stato che finanzia ma non plasma

Proprio perché l'istruzione conta così tanto, le mani dello Stato devono essere legate in anticipo, giacché la tentazione dello Stato che percepisce sta esattamente qui. Un apparato che misura la formazione in una popolazione, e che ha a cuore il risultato, sarà tentato senza fine di migliorare il numero standardizzando il processo: un solo programma, una sola pedagogia, una sola forma approvata della persona istruita. Mill nominò il pericolo una volta per tutte: "un'istruzione statale generalizzata è un mero espediente per plasmare le persone perché siano esattamente uguali le une alle altre", un dispotismo sulla mente. La dottrina risponde con un mandato delimitato, e i limiti sono costituzionali, non preferenze di indirizzo politico.

La formula di Aristotele, liberata dal suo elitismo, enuncia l'assetto in quattro parole: provvidenza comune, fini plurali. L'istruzione è una cura comune, accesso universale alla capacità, e mai un unico programma imposto dell'anima. Cento scuole di pensiero che si contendono il campo dentro una garanzia che ogni bambino, e ogni adulto, possa raggiungerne almeno una: questo è il disegno. Corregge il quadro; non dirige la tua vita. E là dove una scuola, una tradizione, una pedagogia eterodossa scelgano di crescere del tutto fuori dal giardino percepito e finanziato dallo Stato, la zona non orientata della dottrina resta loro aperta, ma quello è il tema di un capitolo successivo.

Gli insegnanti come trasformatori di valore

Una conseguenza merita una conclusione a sé, perché rovescia un'ingiustizia contabile vecchia di due secoli. Nell'economia salariale l'insegnamento era un costo. Compariva nella contabilità nazionale come spesa, nei ministeri come una voce di bilancio da contenere, nel libro mastro implicito del mercato come spesa generale a carico dell'economia produttiva, e la posizione degli insegnanti seguiva la contabilità. Sotto il vettore-Æ la contabilità si rovescia. Un insegnante prende valore economico, uno stipendio, un edificio, dei libri, e lo trasforma in valore educativo: capacità che prima non esisteva, formazione che gli sopravvivrà, trasmissione senza la quale l'eredità della civiltà muore in una generazione. Sullo strumento con cui la comunità politica davvero si orienta, egli non è una spesa generale. È un trasformatore di valore, visibilmente produttivo sull'asse educativo quanto una fabbrica lo è su quello economico, e il mentore, il maestro artigiano che istruisce un apprendista, la nonna che insegna una lingua stanno nel registro accanto a lui. L'avvertimento di Smith mantiene onesto l'assetto: i suoi professori di Oxford, stipendiati a prescindere dall'impegno, avevano "abbandonato del tutto persino la finzione di insegnare", e perciò la soglia minima tiene al proprio interno la scelta, la pluralità e l'emulazione, anziché dotare un monopolio e sperare. Ma la direzione della riforma non è in dubbio. Una società che possa finalmente vedere che cosa l'insegnamento crea non continuerà a fingere che esso si limiti a spendere.

Verso che cosa quelle menti formate poi si rivolgano, la scoperta, la scienza, la vita cognitiva di un popolo, è la domanda del prossimo capitolo.

Nella dottrina

La disciplina di misurazione che sta dietro l'asse educativo, percezione aggregata, misuratori plurali, nessuna classifica di persone, è esposta in Misurazione ed è delimitata da Correggere, non dirigere; le fonti classiche sono ricostruite nelle pagine di lignaggio su Confucio e su Sulla libertà di Mill.